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lunedì 16 aprile 2012
Fabio Zucconi - Bosnia: diario di viaggio
Venerdì 23 marzo
Dopo quasi cinque anni ho
visitato la città di Trieste per la seconda volta. Poter camminare di nuovo per
piazza Unità d’Italia, completamente affiancata al mare, mi ha fatto provare una
sensazione di libertà e pace. Sono passato anche dal teatro romano, che
l’ultima volta non avevo visto. Essendo ormai in rovina, del teatro sono
rimaste solo le fondamenta.
Ciò mi ha fatto riflettere su
quanto fossero avanzate le tecniche di costruzione degli antichi romani.
Infatti è molto raro che le fondamenta di un edificio si conservino per duemila
anni.
Dopodiché, ho raggiunto le statue
di Umberto Saba e James Joyce, due scrittori e poeti che hanno ricordato la
città di Trieste nelle loro opere. Il viaggio è continuato poi nella città di
Lubiana, capitale della Slovenia, che dista solo un’ora da Trieste. Penso che
Lubiana sia stata la città balcanica che mi ha affascinato di più: piena di
ponti, edifici colorati e zone verdi.
Nella piazza principale c’era la
statua di France Prešeren,
poeta sloveno considerato dagli abitanti alla pari del nostro Dante. Un’altra
cosa che mi ha colpito è che Lubiana, nonostante si trovi più isolata dal resto
d’Europa, possiede più fascino e bellezza di molte capitali europee.
Sabato 24 marzo
Questa mattina saremmo dovuti
partire per Sarajevo, ma a causa di un imprevisto (all’autista hanno rubato i
documenti) siamo “costretti” a rimanere a Lubiana qualche ora in più,
nell’attesa di un nuovo autista. Ma non tutti i mali vengono per nuocere:
infatti abbiamo fatto un altro giro, addentrandoci in una parte di Lubiana che
ieri c’era sfuggita. Camminando lungo una via di questo quartiere abbiamo
notato che alcune paia di scarpe erano appese ai fili della corrente elettrica
ed essendo curiosi abbiamo chiesto a un passante cosa significasse quel gesto.
Egli ha risposto che quando una persona muore si usa appendere delle scarpe ai
cavi elettrici per ricordarla.
Questo quartiere era particolare
anche per i suoi graffiti. Due in particolare mi hanno stupito: il primo era un
cuore dentro al quale vi era scritto“capitalism
you are driving me crazy” (capitalismo mi stai facendo impazzire), l’altro
invece raffigurava il simbolo dell’anarchia. Questi graffiti dimostrano che
pure a Lubiana, nonostante sia lontana dal resto d’Europa, ci sono
manifestazioni anarchiche e anticapitalistiche.
Nel primo pomeriggio l’autista è
arrivato e siamo partiti per Sarajevo. Il viaggio è stato interminabile: più di
dieci ore di pullman.
Una volta oltrepassata la
frontiera per entrare in Bosnia, subito si sono presentate a noi case distrutte
e colpite dalle bombe in una zona sperduta e desolata. Tutto era buio intorno a
noi, sembrava quasi che i nostri pullman fossero i soli a vagare nella notte.
La prima sensazione che provai fu una sorta di tristezza: vedendo quelle case
bombardate mi chiesi perché l’uomo era arrivato a compiere un atto così violento
come l’uccisione di oltre 11mila persone.
Siamo arrivati in hotel circa
un’ora dopo.
Domenica 25 marzo
Oggi visita di Sarajevo. Ci siamo
incontrati con la nostra guida e con Jovan Divjak, un generale bosniaco che ha partecipato alla guerra.
Insieme siamo saliti sul colle più alto della città, dal quale si godeva di una
vista magnifica. Durante la salita abbiamo siamo passati di fianco al cimitero
musulmano, costituito da tombe che hanno la forma di obelischi bianchi. La cosa
che però mi ha impressionato di più è stata la quantità di queste tombe
bianche, che si estendevano dall’inizio del colle fino ad arrivare in pianura.
Il generale Divjak ci ha
raccontato la sua esperienza durante la guerra: allo scoppio della guerra nel
1991, egli si era arruolato nell’esercito serbo. Tuttavia, nel maggio 1992, quando
iniziò l’assedio di Sarajevo, egli passò dalla parte dei “ribelli”: lasciò
quindi l’esercito e si schierò con la popolazione croata e bosniaca rimasta in
città, guidandone la difesa.
Dopodiché la nostra visita è
continuata nel centro della città: abbiamo visto la moschea musulmana, la
sinagoga ebraica, la cattedrale del Cuore di Cristo (cattolica) e la cattedrale
serbo-ortodossa. Quella che mi è piaciuta di più come stile ed architettura è
stata l’ultima: in stile barocco, la cattedrale serbo-ortodossa è sormontata da
cinque cupole con un campanile all’entrata. Verso mezzogiorno, per
rifocillarci, ci siamo fermati a pranzare in un ristorante la cui specialità
era il “cevapcici”,
piatto tipico bosniaco. Esso è costituito da un pezzo di pita (pane morbido lievitato) riempito con piccole salsicce di
manzo e vitello, panna acida e cipolle.
Penso che sia la cosa più buona
che ho mangiato durante questo viaggio. Nel pomeriggio abbiamo visitato il Tunnel della speranza. Questo tunnel fu
costruito dagli assediati bosniaci con lo scopo di collegare la città di
Sarajevo con l’area neutrale dell’aeroporto, in cui si trovava l’ONU.
Ciò permise ai soldati delle
Nazioni Unite di rifornire la città di cibo, acqua e medicinali.
Lunedì 26 marzo
Quest’oggi abbiamo fatto visita
al sacrario di Srebrenica. La cosa che mi ha colpito di più non appena siamo
scesi dal pullman è stato il diverso colore che avevano le lapidi delle
vittime.
Infatti, alle persone i cui corpi
sono stati ritrovati era stata messa una lapide di marmo bianco, mentre coloro
i cui corpi erano dispersi era stata messa una lapide di legno dipinta di
verde.
Dopo una breve spiegazione
introduttiva, in cui ci hanno spiegato che quel luogo è stato creato per
ricordare e seppellire le vittime del genocidio del 1995, siamo andati in un
capannone dove era esposto un reportage fotografico sulla guerra. Abbiamo anche
visto un documentario in cui alcune madri raccontavano, con le lacrime agli
occhi, in che modo avevano perso i loro figli durante la guerra. La visione di
questo filmato mi ha fatto provare un senso d’angoscia e disgusto per le
atrocità di guerra. Dopodiché abbiamo visitato un edificio adiacente
parzialmente distrutto dai bombardamenti.
La visita a Srebrenica è stata
quella che ha avuto su di me l’impatto emotivo più grande: l’angoscia, la
tristezza, il disgusto provati erano tali che desideravo andarmene da quel
luogo il più presto possibile.
Martedì 27 marzo
La destinazione odierna è stata
Tuzla. Grazie all’associazione Tuzlanska Amica, abbiamo visitato una
casa-famiglia in cui i bambini che hanno una situazione familiare difficile
vengono accolti ed educati. Poi abbiamo visitato il cimitero di Tuzla e la cosa
che mi ha più impressionato è stata l’età dei morti: la maggior parte di loro
non aveva nemmeno vent’anni.
Dopo la spiegazione che la guida
ci ha fornito sulla storia di Tuzla ed in particolare sul cimitero, il nostro
compagno Massimo ha intonato al clarinetto un adagio di Mozart, affinché
potessimo comprendere attraverso quella musica dal tono grave la tristezza
provata dalle famiglie delle vittime.
In seguito, abbiamo visitato il
centro di Tuzla e nel pomeriggio alcuni di noi hanno giocato una partita di
calcio con alcuni ragazzi della casa-famiglia.
Mercoledì 28 marzo
Partenza da Sarajevo. Ricorderò i
giorni passati in questa città con gioia. La prima tappa che abbiamo fatto è
stata Mostar. Si tratta di una città turistica situata sul fiume Narenta, il
cui ponte fu distrutto dai bombardamenti della guerra nel 1993 e ricostruito
solo nel 2004. La guida ci ha raccontato che esiste tra gli abitanti di Mostar
una sorta d’inimicizia risalente alla guerra: la popolazione è infatti composta
da croati-bosniaci e bosniaci-musulmani che durante il conflitto si
combattevano gli uni contro gli altri. Questa ostilità rimane ancora oggi,
nonostante la guerra sia finita da più di quindici anni.
Dopodiché abbiamo passato qualche
ora a fare acquisti e in seguito siamo partiti per Dubrovnik. Arrivati verso
sera, ci siamo concessi una passeggiata nel centro della città. Dubrovnik è una
città di mare, che ricorda molto le nostre Rimini e Riccione (mare inquinato a
parte).
Giovedì 29 – Venerdì 30 marzo
Abbiamo visitato la città
percorrendo le mura, lunghe 1940 metri. È stata una passeggiata piuttosto
intensa, però ne è valsa la pena: le mura sono alte fino a 25 metri e da quell’altezza
si ha una vista di Dubrovnik favolosa!
Dopo la passeggiata e una breve
visita del centro città siamo partiti per Spalato, dove ci siamo imbarcati sul
traghetto. La traversata dell’Adriatico è stata lunga, abbiamo impiegato circa
dieci ore per raggiungere Ancona, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. In meno di
due ore eravamo già a Bologna.
Considerazioni finali
Penso che non dimenticherò mai
questo viaggio d’istruzione e sono contento di avervi partecipato perché,
nonostante il forte impatto emotivo che ha suscitato in me, ho imparato
qualcosa di più su una guerra che si è svolta in tempi recenti. Inoltre, ho
avuto la possibilità di visitare città bellissime, che mi hanno veramente
affascinato e che spero un giorno di poter rivedere.
sabato 7 aprile 2012
Susanna Regazzi - Viaggio in Bosnia: immagini ed emozioni
Verso Sarajevo:
Il
pullman sfrecciava nella pianura completamente buia già da qualche ora, quando
abbiamo intravisto nella luce dei fanali le prime case in rovina. Per
chilometri e chilometri scorrevano ai nostri lati soltanto figure grigie,
pareti senza tetti, colonne senza pareti, come fossero i fantasmi dei paesi
popolati e luminosi che vi erano poco più di 15 anni fa. Forse a causa delle
nostre aspettative o forse per qualche empatia con il silenzio circostante, ci
sentivamo oppressi e abbandonati nel guardare l'impronta lasciata dalle
granate. Si aveva l'impressione che, oltre quella breve visione fatta di
istanti e di pochi metri, oltre l'asfalto vi fosse nascosto qualcosa che non
riuscivamo a carpire, ma che ci pervadeva di una tristezza soffocante e inesprimibile.
Sarajevo:
Sarajevo
è come un tessuto di case e di tombe, ci sono bianche lapidi sparse tra le vie
e i giardini, fino a isolati alternati alle colline ricoperte di cimiteri. In
questa capitale, più che mai, la vita e la morte coesistono l'una accanto
all'altra: la distruzione della guerra e a fianco l'irresistibile slancio verso
la rinascita. Allo stesso modo, in una città così speciale, laddove diverse
culture si compenetrano e si sommano costituendo una società multietnica e
ricca, la ricchezza, anche e spesso, divide.
Srebrenica:
venerdì 6 aprile 2012
Giulia Bernardinello - Viaggio in Bosnia: la distruzione e la speranza
Per le classi
quinte più fortunate, giunte quasi alla fine del loro lungo percorso di studio,
è concessa una settimana d’istruzione rilassante: la gita scolastica. Questo
viaggio deve essere un insieme di piacere e conoscenza, che unendosi in
simbiosi, donano allo studente la ricetta perfetta del divertimento.
La Bosnia
Erzegovina, la Slovenia e la Croazia hanno messo a nudo la loro storia, le loro
sofferenze, le loro vergogne, le loro differenze e i loro molteplici
pregi, per far conoscere il cuore del loro
passato a una straniera come me.
Venerdì 23 Marzo, piena di spirito e
aspettative, è iniziato questo viaggio. Ho messo piede in più città in quei
giorni, come Tuzla, Sarajevo, Mostar, Dubrovnick, ma quella che mi ha colpito
di più è stata Srebrenica.
1993-1995. Quando
sono nata e le bambole erano il mio passatempo, serbi e bosniaci hanno
intrapreso una delle guerre più sanguinose al mondo, dove i bambini sono stati
costretti a crescere tra le armi. Questa data è da imprimere saldamente dei
nostri ricordi ed è mia intenzione sottolineare come siano pochissimi gli anni passati dalla
fine di questo massacro. E’ per me inconcepibile come a distanza di qualche
miglia di mare, esseri umani tutti uguali fra loro siano costretti a vivere vite così
differenti.
L’11 luglio 1995 i
serbi hanno assediato Srebrenica. Donne e bambini sono stati aiutati dai
militari olandesi e rinchiusi nella cosiddetta ‘zona protetta’ dell’ONU, una
fabbrica poco distante dalla città. Gli uomini, invece, hanno iniziato a
scappare, cercando di raggiungere Tuzla. Durante quest’impresa la maggioranza
di essi è morta e in pochissimi sono riusciti a tornare indietro dalle proprie
famiglie. Solo nel 2010 gli esperti stimano 8372 morti, di cui solamente 6000
identificati.
Ho visitato il
sacrario di Srebrenica: tutti quei nomi, tutte quelle vite e quei futuri
mancati tolgono il fiato. Se hai la “fortuna” di leggerli, non puoi concepire il perché della loro morte, ma puoi farti una
vaga idea di ciò che è successo in quel territorio. Ascoltando le testimonianze dei superstiti, lo stomaco ti si chiude, i pensieri si annebbiano
e la rabbia aumenta.
Avremo potuto fare
qualcosa?
Potevamo aiutare e
non lo abbiamo fatto?
Mogli che non
sanno il destino dei loro mariti. Sono ancora vivi e le stanno cercando, o purtroppo uno dei tanti cadaveri irriconoscibili nelle troppe fosse comuni è
proprio il loro?
Figli smarriti che ricordano poco di ciò che è successo e non
capiscono perché a loro è toccata un'infanzia diversa dagli altri, loro che non
hanno avuto affatto un’infanzia.
Sono entrata in quella fabbrica, enorme, scura, vuota,
spoglia e maleodorante. Ho immaginato a scatti la moltitudine di persone che, tutte strette fra loro e disperate, si domandavano se mai la loro sofferenza
avrebbe avuto una fine. I muri sono incisi e alcune foto sono appese. Brividi.
Mi è rimasta nel
cuore e nella mente la frase del nostro autista croato: “Quando vieni a
Sarajevo non chiedere come la gente muore, ma solo quando muore”.
Gli aiuti alla
popolazione in tempo di guerra sono stati miseri e inutili. Gli Stati Uniti
sganciarono due bombe ricche di uranio sulla città e sparirono. Ora
quell’uranio impoverito avvelena le persone e i tumori sono il 90% delle cause
di morte qui.
Dietro ad un paese
ancora in ginocchio c’è però la voglia di risollevarsi.
I sorrisi delle
persone e i loro occhi lucidi fanno scorgere la voglia di rinascere dalle
macerie, di riparare le case ancora deturpate, su cui gli spari sono ancora evidentissimi.
Per compiere
questo grande passo esistono associazioni come quella di Sarajevo, che opera su
tutto il territorio con squadre speciali, per togliere i bambini dalla strada e
dar loro il futuro che non avrebbero potuto avere senza un aiuto. Ho visitato il
centro e conosciuto i ragazzi, purtroppo molto superficialmente. Camminando in
quelle stanze saltano agli occhi colori, odori e scritture diverse; religioni
che si uniscono, che si RISPETTANO, che si tollerano pacificamente. Questa
caratteristica è nota non solo in questi centri, ma anche nel cuore della
città.
Ci sono quattro
chiese: una ortodossa, una mussulmana, una ebrea e una cattolica. Tutte
coesistono senza problemi e senza screzi.
Sono giunta alla
conclusione che questi luoghi, pur essendo deturpati esteriormente, abbiano
un’anima molto più matura e pura della nostra. Pur essendo distrutta dalla
guerra, qui la gente non si è fatta portare via la speranze, le usanze e le credenze.
Sono molto colpita dalla loro forza di vivere.
Sono entusiasta da
ciò che ho visto e sicuramente non lo scorderò mai, impossibile farlo.
Elisa Camassi - Viaggio in Bosnia: le scoperte, le emozioni
VIAGGIO
D’ISTRUZIONE, BOSNIA 1992-1995
FRAMMENTI
DI MEMORIE
Partiti con valige piene di cibo e voglia di divertirci,
abbiamo scoperto un mondo prima totalmente sconosciuto e sconvolgente.
Sarajevo: l’arrivo notturno a Sarajevo ci ha
improvvisamente svegliati dal nostro torpore. Una montagna di luci
nell’oscurità della notte ci ha fatto intravedere, solo per qualche istante, la
desolazione della città, i palazzi distrutti e i fori nelle pareti causati,
qualche anno prima, da proiettili e da frammenti di mine.
Fabio, la nostra guida, o come dice lui scherzosamente “il
nostro guido”, aveva 10 anni durante
la guerra. Dice che ha visto tanti morti, tanta distruzione e paura. Oggi ha
circa trent’anni, è un uomo diverso, un uomo che sa, un uomo che, come dice lui
stesso, ha capito il senso della vita.
Ci racconta la guerra, come l’hanno vissuta lui e i suoi
concittadini, con occhi che brillano del ricordo ancora vivo, e sfiorano i
nostri visi, come per ammonirci. Sorride poi quando dice che le donne hanno
salvato Sarajevo con il contributo che hanno dato agli uomini, e ne è orgoglioso.
Anche sul volto del Generale bosniaco si nota una certa
fierezza e allo stesso tempo un senso di sconforto e di disgusto per questa
guerra inutile. Guarda ai suoi piedi e poi improvvisamente su, verso la distesa
di esili lapidi bianche che spuntano tra le case e i giardini. Si ferma
un’attimo per ammirare quello spettacolo agghiacciante che si nota dall’alto di
Sarajevo: immense indistinte macchie bianche: sono lapidi, sono dappertutto.
Srebrenica: a Srebrenica, la città dell’argento,
ci troviamo davanti al genocidio di circa 8000 persone, deportazioni, torture,
madri che piangono l’ultimo ricordo che hanno dei loro figli: la separazione
forzata che non sono riuscite ad impedire. Ricordano i loro visi, il loro nomi
e le loro ultime lacrime. Poi ancora, foto spettacolari che raccontano
l’orrore della morte più cruda.
In bianco e nero gli occhi di una donna mi
hanno trafitta.
Tuzla: A Tuzla si respira speranza: la “casa pappagallo” ha risposto a molte
nostre domande. Colori, sorrisi, sguardi, baci sfuggenti e una partita di
calcio, come simbolo di unione tra i ragazzi di due paesi così differenti, ma
vicini, come la Bosnia e l’Italia. Sono solo undici i volontari in tutta la
Bosnia, ammettono i tre ragazzi che ora stanno lavorando con i bambini accolti
nel centro (circa 150). Ce ne vorrebbero di più, c’è tanto lavoro da fare,
troppe persone da aiutare.
Edward, l’autista del pullman, a 21 anni ha girato il mondo
con i suoi sei amici. Ha imparato tante lingue e come si vive in altri paesi.
Oggi, dice, è rimasto solo lui; a Tuzla, la sua città natale, non si chiede come uno è morto, ma dove: hanno lanciato bombe ad uranio
impoverito che hanno straziato questa gente.
Mostar: Mostar è una cittadina turistica non
lontano da Sarajevo, famosa per l’immenso ponte che sovrasta il fiume Neretva,
una delle acque più limpide che abbia mai visto.
Qui mi chiedo come è possibile che in un posto così bello,
infossato tra due montagne e costruito tra la roccia, sia accaduta una cosa
simile. Lo Stari Most è stato
abbattuto il 9 novembre ‘93 dal fuoco croato, una ferita alla comunità
irrimediabile. Il ponte, oggi ricostruito, voleva essere un simbolo d’unione
tra le varie culture e religioni, ma oggi questa sua anima è perduta: oggi
l’unione è solo apparente. A Mostar i bambini studiano in scuole diverse e con
testi diversi a seconda delle credenze religiose della famiglia e si pensa a
una divisione della città anche dal punto di vista politico. È uno dei paesi più
incredibili che abbiamo visitato in questa settimana, ma, ancora una volta, la
tragedia qui avvenuta contrasta con la bellezza eterea dei luoghi.
Non ne sapevo niente. Siamo partiti per conoscere, capire e
crescere, e così è stato, almeno per me.
Ma, come sempre, tutto ci scivola addosso, e domani ce ne
saremo già dimenticati e ci arovelleremo su cosa indossare il giorno seguente.
Andrea Quadri - Viaggio in Bosnia: le tappe, i fatti
GIORNO 1
Ci troviamo tutti di prima mattina in autostazione. Le facce
sono tutte assonnate, ma felici per il viaggio che interrompe la monotonia
scolastica.
Partenza verso Trieste: ci aspetta un viaggio lungo, ma non
il più lungo e questo ci rende felici.
Una volta giunti a Trieste, visitiamo la città e io
personalmente resto molto colpito dalla Piazza Unità d'Italia e dalle
condizioni meteo: sole splendente e temperatura superiore ai 20°.
Nel primo pomeriggio , partenza per ljubjana, dove ci attendono
la visita della città e il pernottamento in hotel.
GIORNO 2
Prima colazione seguita da notizia bomba! Al povero Tommaso, il nostro autista, viene rubato il portafoglio. Questo fatto provoca un ritardo di
cinque ore sulla tabella di marcia, che vengono subito sfruttate per una
ulteriore e approfondita visita della città.
Nel pomeriggio, incontriamo Edward, il nuovo autista che ci
accompagnerà per il resto del viaggio.
Ha inizio la parte più lunga e distruttiva dal punto di
vista fisico del nostro viaggio d’ istruzione: verso Sarajevo, un viaggio in
pullman durato dieci ore, che ci ha portati fino al nuovo hotel che ci ospiterà
per quattro notti.
GIORNO 3
Un altro cambio di programma ci accompagna nel nostro
viaggio: invece di recarci a Tuzla, incontriamo il Generale, che ci spiega come
si è svolta la guerra a Sarajevo. Finita la spiegazione, la scolaresca si
divide in due gruppi: noi proseguiamo la visita di Sarajevo, in cui è da
segnalare la presenza delle quattro case di Dio, situate a una distanza
ridottissima l’una dall’ altra. Poi, un pasto a base di Cievapcici, pietanza
tipica bosniaca (N.B. unica notazione culinaria!). Una volta che la nostra
pancia è piena e noi riposati, ci rechiamo a visitare il TUNEl , ovvero i veri
e propri resti del tunnel utilizzato durante la guerra per rifornire la città
di viveri e armi.
La sera siamo accompagnati dai professori in un disco-pub,
nel quale ci imbattiamo in una deliziosa “pivo” a prezzi molto ridotti.
GIORNO 4
Questo giorno assieme al quinto sono quelli che ha mio parere
hanno segnato maggiormente dal punto di vista emotivo questo viaggio.
La mattina ci siamo recati a Srebrenica e abbiamo visitato
il cimitero dove si trovano le vittime finora riconosciute del genocidio.
Oltre a questo cimitero, abbiamo visitato un edificio della
N.A.T.O., nel quale abbiamo visto un filmato veramente carico di emozioni e
visitato i vari locali occupati dalle forze militari.
Prima di tornare a Sarajevo, abbiamo fatto un rapido tour in
pullman della cittadina.
GIORNO 5
Partenza con destinazione Tuzla. Una volta giunti a Tuzla, ci rechiamo a visitare un centro doposcuola, creato
per evitare ai bambini la vita di strada, pur andando contro alla volontà dei
genitori.
Visita della città interrotta da una fermata in un cimitero,
nel quale Massimo ha eseguito un’ opera
di Mozart. Nel cimitero lo sguardo si sofferma sulle date di nascita dei
deceduti e la maggior parte risulta più giovane di noi; il più giovane in
assoluto era un bambino di tre anni.
Un volta visitata la città, prima di tornare a Sarajevo, ci
rechiamo in una comunità dove ascoltiamo i membri dell’ associazione
“Adottando”, che ci spiegano come si svolge il loro lavoro.
In questa occasione si è svolta una partita di calcio tra
alcuni ragazzi italiani e alcuni ragazzi della comunità. La partita è stata
piacevole e ricca di emozioni le due squadre si sono impegnate moltissimo e si
sono divertiti tutti.
GIORNO 6
Partenza per la Croazia, e precisamente verso Dubrovnik (ex
Ragusa); la tappa intermedia è stata la cittadina di Mostar.
A Mostar ci viene raccontata la storia del ponte e della
città da quando fu fondata alla guerra.
Visitato Mostar, partiamo alla volta di Dubrovnik, dove,
dopo esserci sistemati in hotel e dopo aver mangiato, con i professori abbiamo
fatto un “mini tour serale” del centro della città, con tappa finale in un pub
sul molo.
GIORNO 7
La mattina ci rechiamo negli stessi luoghi visitati la sera
precedente, fatta eccezione per la visita delle mura che circondano la città:
un percorso lungo circa due chilometri e fatto completamente in senso contrario
dalla nostra scolaresca.
Una volta completato il giro delle mura e procacciatici il
pranzo e la cena per conto nostro, il professore Veronesi ci fa accompagnare
dagli autisti in una spiaggia, dove abbiamo preso il sole e i più volenterosi
hanno fatto un tuffo in un mare Adriatico completamente diverso da quello che
si può vedere ad esempio sulla riviera Romagnola.
Una volta che eravamo tutti asciutti, siamo partiti verso
Spalato, dove ci siamo imbarcati sul traghetto: io ero un po’ agitato, perché
era il mio primo viaggio in traghetto, che ci ha portati fino ad Ancona.
GIORNO 8
Viaggio Ancona-Bologna: fine di un viaggio meraviglioso,
fatto insieme a persone fantastiche.
In questo diario ho messo inserito pochissime delle emozioni che ho provato,
perché a mio parere, per comprendere le nostre sensazioni, bisogna viverle
sulla propria pelle e dato che le emozioni sono soggettive ognuno può provare
emozioni diverse …
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