martedì 8 maggio 2012

GIULIA BERNARDINELLO, ELISA CAMASSI - Ora, in.differenza!

Questo il video con cui Giulia ed Elisa, assieme ad altre ragazze del gruppo "Lea Garofalo" di Libera, Liceo "Laura Bassi" (Alma Fantin, Alice Rapisarda, Giulia Tedeschi, Letizia Turci), hanno vinto il premio della Fondazione Falcone "Capaci vent'anni dopo. Etica, valore e ruolo della memoria", nel quadro del percorso di educazione alla legalità promosso dal Ministero della Pubblica Istruzione.  Il premio consiste nel viaggio sulla "nave della legalità", per partecipare al "23 maggio 2012 - XX anniversario della strage di Capaci".


COMPLIMENTI!

venerdì 20 aprile 2012

MARCO SHAQIRI - lI Morgenstern



Tutti gli eserciti europei, eccetto quello italiano, durante la prima guerra mondiale hanno fatto uso di armi bianche - e in particolare di mazze ferrate - per la lotta corpo a corpo nelle trincee.
Inizialmente le truppe si trovarono a disagio nell'affrontarsi corpo a corpo, tenendo conto che uccidere con una pistola a distanza ravvicinata un nemico, magari in fin di vita, significava sprecare un proiettile, quindi soldi.
I primi che trovarono soluzione alla carenza di armi ideali per la lotta corpo a corpo furono i tedeschi (e successivamente gli inglesi e i francesi), munendosi di armi bianche, come coltelli e pugnali, anche di uso domestico, commerciale o artigianale.
Ed è in questo ambiente che fu riscoperto l'utilizzo di un'arma abbandonata da secoli, la mazza ferrata. Tutte le truppe europee ne furono tempestivamente munite. Le mazze inglesi hanno spesso la data di fabbricazione e due frecce (una contenente l'altra), che contrassegnano l'esercito britannico.
L'armata italiana rimase estranea all'utilizzo delle mazze, ma se ne nota, invece, l'uso massiccio da parte delle milizie austroungariche.
L'Italia vide il primo utilizzo delle mazze da parte del nemico probabilmente nella battaglia di S. Michele del 29 giugno 1916, quando i reggimenti 7 e 20 Honved  usarono tali mazze per finire i soldati italiani avvelenati dai gas asfissianti, come testimoniano i diari dei sopravvissuti.
Sul fronte austriaco c'era un certo orgoglio nella riscoperta dell'epico Morgenstern (“stella del mattino”), anche se quasi certamente fu nascosto alla popolazione civile il vero utilizzo dell'arma.
Lo Stato italiano, invece, venuto a conoscenza di questa brutalità, fece circolare un documento nel quale si ordinava la fucilazione diretta di nemici trovati con mazze addosso. L'orrore tra la popolazione fu talmente elevato, che i nemici cercavano di non farsi trovare con un Morgenstern per non essere uccisi istantaneamente.

Tra la popolazione si sviluppò  così la leggenda dell'arma barbarica, arricchita dalle descrizioni e dalle fotografie di giornali e manifesti, che facevano una violenta pubblicità contro l'esercito austriaco, tralasciando però volontariamente la notizia che la mazza ferrata era adoperata anche dagli alleati francesi e inglesi.
A Bologna furono trovate alcune mazze ferrate austriache, che oggi sono esposte al Museo del Risorgimento.
Si noti che numerosi furono i manicomi e gli ospedali psichiatrici aperti durante e subito dopo la Grande Guerra sul territorio bolognese. Spesso infatti vi erano ospitati i soldati provenienti dal fronte austriaco, diventati folli a causa delle barbarie commesse.

ANDREA QUADRI - La spada di Murat


La spada di Gioacchino Murat, re di Napoli nel periodo napoleonico, si trova oggi a Bologna nel Museo del Risorgimento. 
Gioacchino Murat sposò Carolina Bonaparte, che era la sorella minore di Napoleone, da cui ebbe quattro figli, due maschi e due femmine. 
La spada fu ereditata da una delle due figlie, Letizia, la quale si sposò con il marchese Guido Taddeo Pepoli e da questa relazione nacque Gioacchino Napoleone Pepoli. 
Gioacchino Napoleone fu un importante comandante della Guardia Civica di Bologna durante le rivolte dei cittadini bolognesi nei confronti dell’occupazione austriaca nell’ agosto del 1848. 
Letizia Murat donò la spada a suo figlio Gioacchino N. Pepoli,che divenne Sindaco di Bologna e alla sua morte la lasciò alla città, dove è tutt’ora conservata. 
Una curiosità riguarda la moglie di Gioacchino Napoleone Pepoli, Federica Guglielmina Hohenzollern-Sigmaringen, che era parente degli imperatori austriaci nemici del nonno del marito.

lunedì 16 aprile 2012

una canzone per Sarajevo


Fabio Zucconi - Bosnia: diario di viaggio


Venerdì 23 marzo

Dopo quasi cinque anni ho visitato la città di Trieste per la seconda volta. Poter camminare di nuovo per piazza Unità d’Italia, completamente affiancata al mare, mi ha fatto provare una sensazione di libertà e pace. Sono passato anche dal teatro romano, che l’ultima volta non avevo visto. Essendo ormai in rovina, del teatro sono rimaste solo le fondamenta.
Ciò mi ha fatto riflettere su quanto fossero avanzate le tecniche di costruzione degli antichi romani. Infatti è molto raro che le fondamenta di un edificio si conservino per duemila anni.
Dopodiché, ho raggiunto le statue di Umberto Saba e James Joyce, due scrittori e poeti che hanno ricordato la città di Trieste nelle loro opere. Il viaggio è continuato poi nella città di Lubiana, capitale della Slovenia, che dista solo un’ora da Trieste. Penso che Lubiana sia stata la città balcanica che mi ha affascinato di più: piena di ponti, edifici colorati e zone verdi.
Nella piazza principale c’era la statua di France Prešeren, poeta sloveno considerato dagli abitanti alla pari del nostro Dante. Un’altra cosa che mi ha colpito è che Lubiana, nonostante si trovi più isolata dal resto d’Europa, possiede più fascino e bellezza di molte capitali europee.

Sabato 24 marzo

Questa mattina saremmo dovuti partire per Sarajevo, ma a causa di un imprevisto (all’autista hanno rubato i documenti) siamo “costretti” a rimanere a Lubiana qualche ora in più, nell’attesa di un nuovo autista. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: infatti abbiamo fatto un altro giro, addentrandoci in una parte di Lubiana che ieri c’era sfuggita. Camminando lungo una via di questo quartiere abbiamo notato che alcune paia di scarpe erano appese ai fili della corrente elettrica ed essendo curiosi abbiamo chiesto a un passante cosa significasse quel gesto. Egli ha risposto che quando una persona muore si usa appendere delle scarpe ai cavi elettrici per ricordarla.
Questo quartiere era particolare anche per i suoi graffiti. Due in particolare mi hanno stupito: il primo era un cuore dentro al quale vi era scritto“capitalism you are driving me crazy” (capitalismo mi stai facendo impazzire), l’altro invece raffigurava il simbolo dell’anarchia. Questi graffiti dimostrano che pure a Lubiana, nonostante sia lontana dal resto d’Europa, ci sono manifestazioni anarchiche e anticapitalistiche.
Nel primo pomeriggio l’autista è arrivato e siamo partiti per Sarajevo. Il viaggio è stato interminabile: più di dieci ore di pullman.
Una volta oltrepassata la frontiera per entrare in Bosnia, subito si sono presentate a noi case distrutte e colpite dalle bombe in una zona sperduta e desolata. Tutto era buio intorno a noi, sembrava quasi che i nostri pullman fossero i soli a vagare nella notte. La prima sensazione che provai fu una sorta di tristezza: vedendo quelle case bombardate mi chiesi perché l’uomo era arrivato a compiere un atto così violento come l’uccisione di oltre 11mila persone.
Siamo arrivati in hotel circa un’ora dopo.

Domenica 25 marzo

Oggi visita di Sarajevo. Ci siamo incontrati con la nostra guida e con Jovan Divjak, un generale bosniaco che ha partecipato alla guerra. Insieme siamo saliti sul colle più alto della città, dal quale si godeva di una vista magnifica. Durante la salita abbiamo siamo passati di fianco al cimitero musulmano, costituito da tombe che hanno la forma di obelischi bianchi. La cosa che però mi ha impressionato di più è stata la quantità di queste tombe bianche, che si estendevano dall’inizio del colle fino ad arrivare in pianura. Il generale Divjak ci ha raccontato la sua esperienza durante la guerra: allo scoppio della guerra nel 1991, egli si era arruolato nell’esercito serbo. Tuttavia, nel maggio 1992, quando iniziò l’assedio di Sarajevo, egli passò dalla parte dei “ribelli”: lasciò quindi l’esercito e si schierò con la popolazione croata e bosniaca rimasta in città, guidandone la difesa.
Dopodiché la nostra visita è continuata nel centro della città: abbiamo visto la moschea musulmana, la sinagoga ebraica, la cattedrale del Cuore di Cristo (cattolica) e la cattedrale serbo-ortodossa. Quella che mi è piaciuta di più come stile ed architettura è stata l’ultima: in stile barocco, la cattedrale serbo-ortodossa è sormontata da cinque cupole con un campanile all’entrata. Verso mezzogiorno, per rifocillarci, ci siamo fermati a pranzare in un ristorante la cui specialità era il cevapcici, piatto tipico bosniaco. Esso è costituito da un pezzo di pita (pane morbido lievitato) riempito con piccole salsicce di manzo e vitello, panna acida e cipolle.
Penso che sia la cosa più buona che ho mangiato durante questo viaggio. Nel pomeriggio abbiamo visitato il Tunnel della speranza. Questo tunnel fu costruito dagli assediati bosniaci con lo scopo di collegare la città di Sarajevo con l’area neutrale dell’aeroporto, in cui si trovava l’ONU.
Ciò permise ai soldati delle Nazioni Unite di rifornire la città di cibo, acqua e medicinali.

Lunedì 26 marzo

Quest’oggi abbiamo fatto visita al sacrario di Srebrenica. La cosa che mi ha colpito di più non appena siamo scesi dal pullman è stato il diverso colore che avevano le lapidi delle vittime.
Infatti, alle persone i cui corpi sono stati ritrovati era stata messa una lapide di marmo bianco, mentre coloro i cui corpi erano dispersi era stata messa una lapide di legno dipinta di verde.
Dopo una breve spiegazione introduttiva, in cui ci hanno spiegato che quel luogo è stato creato per ricordare e seppellire le vittime del genocidio del 1995, siamo andati in un capannone dove era esposto un reportage fotografico sulla guerra. Abbiamo anche visto un documentario in cui alcune madri raccontavano, con le lacrime agli occhi, in che modo avevano perso i loro figli durante la guerra. La visione di questo filmato mi ha fatto provare un senso d’angoscia e disgusto per le atrocità di guerra. Dopodiché abbiamo visitato un edificio adiacente parzialmente distrutto dai bombardamenti.
La visita a Srebrenica è stata quella che ha avuto su di me l’impatto emotivo più grande: l’angoscia, la tristezza, il disgusto provati erano tali che desideravo andarmene da quel luogo il più presto possibile.

Martedì 27 marzo

La destinazione odierna è stata Tuzla. Grazie all’associazione Tuzlanska Amica, abbiamo visitato una casa-famiglia in cui i bambini che hanno una situazione familiare difficile vengono accolti ed educati. Poi abbiamo visitato il cimitero di Tuzla e la cosa che mi ha più impressionato è stata l’età dei morti: la maggior parte di loro non aveva nemmeno vent’anni.
Dopo la spiegazione che la guida ci ha fornito sulla storia di Tuzla ed in particolare sul cimitero, il nostro compagno Massimo ha intonato al clarinetto un adagio di Mozart, affinché potessimo comprendere attraverso quella musica dal tono grave la tristezza provata dalle famiglie delle vittime.
In seguito, abbiamo visitato il centro di Tuzla e nel pomeriggio alcuni di noi hanno giocato una partita di calcio con alcuni ragazzi della casa-famiglia.

Mercoledì 28 marzo

Partenza da Sarajevo. Ricorderò i giorni passati in questa città con gioia. La prima tappa che abbiamo fatto è stata Mostar. Si tratta di una città turistica situata sul fiume Narenta, il cui ponte fu distrutto dai bombardamenti della guerra nel 1993 e ricostruito solo nel 2004. La guida ci ha raccontato che esiste tra gli abitanti di Mostar una sorta d’inimicizia risalente alla guerra: la popolazione è infatti composta da croati-bosniaci e bosniaci-musulmani che durante il conflitto si combattevano gli uni contro gli altri. Questa ostilità rimane ancora oggi, nonostante la guerra sia finita da più di quindici anni.
Dopodiché abbiamo passato qualche ora a fare acquisti e in seguito siamo partiti per Dubrovnik. Arrivati verso sera, ci siamo concessi una passeggiata nel centro della città. Dubrovnik è una città di mare, che ricorda molto le nostre Rimini e Riccione (mare inquinato a parte).

Giovedì 29 – Venerdì 30 marzo

Abbiamo visitato la città percorrendo le mura, lunghe 1940 metri. È stata una passeggiata piuttosto intensa, però ne è valsa la pena: le mura sono alte fino a 25 metri e da quell’altezza si ha una vista di Dubrovnik favolosa!
Dopo la passeggiata e una breve visita del centro città siamo partiti per Spalato, dove ci siamo imbarcati sul traghetto. La traversata dell’Adriatico è stata lunga, abbiamo impiegato circa dieci ore per raggiungere Ancona, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. In meno di due ore eravamo già a Bologna.

Considerazioni finali

Penso che non dimenticherò mai questo viaggio d’istruzione e sono contento di avervi partecipato perché, nonostante il forte impatto emotivo che ha suscitato in me, ho imparato qualcosa di più su una guerra che si è svolta in tempi recenti. Inoltre, ho avuto la possibilità di visitare città bellissime, che mi hanno veramente affascinato e che spero un giorno di poter rivedere.

lunedì 9 aprile 2012

STORIA - DOCUMENTI: La lettera di Einstein contro il giuramento di fedeltà al fascismo


La lettera di Einstein "al signor Alfredo Rocco, ministro nel governo Mussolini"


Egregio signore,

due dei più autorevoli e stimati uomini di scienza italiani, turbati nelle loro coscienze, si rivolgono a me e mi pregano di scriverle al fine di impedire, se possibile, un duro provvedimento che minaccia gli studiosi italiani. Si tratta del giuramento di fedeltà al regime fascista. La mia preghiera è che lei voglia consigliare al signor Mussolini di risparmiare al fiore dell’intelletto italiano un’umiliazione simile.
Per quanto diverse possano essere le nostre convinzioni politiche, io so che v’è un punto fondamentale che ci unisce; entrambi riconosciamo e ammiriamo nello sviluppo intellettuale europeo il bene più alto. Esso si fonda sulla libertà di pensiero e di insegnamento e sul principio che la ricerca della verità deve precedere ogni altro fine. È solo basandosi su un tale principio che la nostra civiltà è potuta sorgere in Grecia, celebrando la sua rinascita in Italia nell’epoca del Rinascimento. Quel bene, il più prezioso che noi possediamo, è stato pagato col sangue di martiri, di uomini puri e grandi, per opera dei quali l’Italia è tuttora amata e onorata.

Non è mia intenzione discutere con lei le giustificazioni che la ragion di Stato può avanzare circa gli attentati alla libertà umana. Ma la ricerca della verità scientifica, svincolata dagli interessi materiali di tutti i giorni, dovrebbe essere sacra a ogni governo, ed è per tutti del più alto interesse che i leali servitori della verità scientifica vengano lasciati in pace. Ciò è anche, senza dubbio, nell’interesse dello Stato italiano e del suo prestigio agli occhi del mondo.

STORIA: DOCUMENTI E DISCUSSIONI - Il giuramento di fedeltà al fascismo


da Simonetta Fiori, I professori che dissero "NO" al Duce, http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/antifascismo5.html

Rettori delle università italiane ricevuti da Mussolini - 26/1/1930
"Sublimato all'un per mille", titolò sprezzantemente un giornale d'obbedienza littoria. [...] Sopra questi isolati viaggiatori che attraversarono la terra del no è scesa per settant'anni una nebbia densa di rimozione e imbarazzo. Come se l'insidioso orizzonte da loro - soltanto da loro - varcato rimarcasse l'ipocrisia, la fragilità, lo spirito di accomodamento, anche la pavidità di cui diede prova larghissima parte degli intellettuali italiani.
Ora quell'"un per mille" deprecato dalla stampa fascista dell'epoca - e utilizzato ora strumentalmente da alcuni giornali di destra che vorrebbero così dimostrare il radicamento del fascismo nella cultura - è al centro di due saggi che escono curiosamente quasi in contemporanea. A giugno sarà in libreria Preferirei di no di Giorgio Boatti, che mostra in filigrana il percorso dell'intellighenzia italiana attraverso dodici personalità differenti per origine, carattere, modi di pensare, attitudini sociali (Einaudi, pagg. 350, lire 28.000). Mentre è già disponibile il documentatissimo volume del tedesco Helmut Goetz, Il giuramento rifiutato, I docenti universitari e il regime fascista (La Nuova Italia, pagg. 314, lire 48.000), frutto di una puntigliosa ricerca condotta per trent' anni in archivi, memorie, giornali, corrispondenza privata, con inedite testimonianze personali che aprono inattesi squarci sui tormenti di coloro che s'adeguarono.
Discorso inaugurale del nuovo anno accademico - 10/11/1938

Sbaglia chi cercasse tra gli irriducibili dei "pericolosi sovversivi". Gli accademici più a sinistra seguirono il consiglio di Togliatti, che invitò i compagni professori a prestare giuramento. Mantenendo la cattedra, avrebbero potuto svolgere "un'opera estremamente utile per il partito e per la causa dell'antifascismo" (così Concetto Marchesi motivò a Musatti la sua scelta di firmare). Anche Benedetto Croce, stella polare dell'antifascismo, incoraggiò professori come Guido Calogero e Luigi Einaudi a rimanere all'università, "per continuare il filo dell'insegnamento secondo l'idea di libertà". Ci si mise anche il papa, Pio XI, che su idea di padre Gemelli elaborò un escamotage per i docenti cattolici: giurate, ma con riserva interiore.
Nonostante questa ciambella di salvataggio, gettata dall'influente troika, un'eroica minoranza disse di no. Nella minuscola schiera figurano tre giuristi (Francesco ed Edoardo Ruffini, Fabio Luzzatto), un orientalista (Giorgio Levi Della Vida), uno storico dell'antichità (Gaetano De Sanctis), un teologo (Ernesto Buonaiuti), un matematico (Vito Volterra), un chirurgo (Bartolo Nigrisoli), un antropologo (Marco Carrara), uno storico dell'arte (Lionello Venturi), un chimico (Giorgio Errera) e uno studioso di filosofia (Piero Martinetti). "Nessun professore di storia contemporanea, nessun professore di italiano, nessuno di coloro che in passato s'erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia", lamentò l'esule Salvemini, il più sanguigno tra i censori dei firmatari.
Diversi per estrazione sociale e radici culturali - altoborghesi e figli di tabaccaio, religiosissimi e anticlericali, socialisti e liberali, repubblicani e monarchici, ebrei e cattolici - i dissidenti sono apparentati da una spessa moralità e da un'indole naturalmente fuori del coro. Nella vita di ciascuno di loro c'è un gesto dirompente - uno scatto ribelle, un moto di anticonformismo, forse una vena di follia - che appartiene, se non al loro personale carattere, al Dna familiare. Il prete modernista Buonaiuti aveva sfidato l'autorità della Chiesa, il criminologo Carrara il potere accademico, affiancandosi a quel Cesare Lombroso emarginato nella comunità scientifica. Lo scienziato Errera aveva respinto nel 1923 il Rettorato dell'Università di Pavia, "perché non si sentiva adatto". Del filosofo Martinetti si racconta che, rivolto all' esaminando Lelio Basso già condannato al confino di Ponza, proruppe: "Ma io non ho alcun diritto di interrogarla sull'etica kantiana: resistendo a un regime di oppressione lei ha dimostrato di conoscerla molto bene. Qui il maestro è lei. Vada pure, trenta e lode".
Quasi tutti - ad eccezione di pochi, Volterra e Ruffini, Venturi e Luzzatto - s'erano tenuti lontani dalla politica attiva, eppure animati da un radicato civismo che li spinse nel 1925 a firmare il celebre manifesto di Croce. Ricorrono nelle loro motivazioni una "repugnanza quasi fisiologica al fascismo" (Levi Della Vida), un'insofferenza morale "alla sua tronfia rettorica" e "alla sconcia apologia della violenza". Rifiutarono il giuramento in quanto contrario alla loro coscienza, agli "ideali di libertà, dignità e coerenza interiore" nei quali erano cresciuti. "Giuramento simile io non mi sento di farlo, e non lo faccio", replica con semplicità il chirurgo Nigrisoli alle ripetute sollecitazioni del rettore. Le conseguenze non erano da poco: perdita della cattedra, una pensione al minimo, persecuzioni, divieti, una vigilanza stretta e oppressiva.
Al lettore di oggi il loro gesto ribelle - motivato da tutti con sobrietà - appare quasi epico. Specie se raffrontato alla genuflessione dei loro colleghi. Tra coloro che giurarono fedeltà al duce figura il meglio della cultura antifascista, da Guido De Ruggiero ad Adolfo Omodeo, da Federico Chabod a Giuseppe Lombardo Radice, da Gioele Solari ad Arturo Carlo Jemolo, da Piero Calamandrei al mitico Giuseppe Levi. Alcuni erano persuasi che la battaglia antifascista andasse condotta dall'interno, ma per larga parte agiva il timore della miseria. [...]
Tra i professori che cambiarono opinione figura Giuseppe Levi, anatomista e istologo di fama internazionale, antifascista conclamato che aveva tenuto nascosto a casa sua Filippo Turati. Da un iniziale diniego, fu spinto a firmare dai suoi assistenti, "che temevano di perdere il maestro e la carriera". Levi giurò dopo che il ministro Giuliano gli aveva assicurato verbalmente che il giuramento era una pura formalità. Profondamente turbato, il papà di Natalia Ginzburg spiegò in aula il suo dilemma. "E gli studenti, felici di vederlo rimanere, lo ringraziarono con un uragano di applausi". Tranquillo cinismo (l'espressione è di Gennaro Sasso) mostrò l'illustre glottologo Giacomo Devoto: il giuramento ebbe per lui "il valore di un bicchiere di acqua fredda".
[...]
Alla metà degli anni Sessanta, a favore alla piccola schiera di irriducibili, ci fu chi diede battaglia, proponendo che i loro nomi fossero scolpiti sui muri delle università italiane. Si chiamava Ignazio Silone, e chissà cosa passava per la sua mente.

(La Repubblica, 16 aprile 2000)

 Domenica 16 aprile nelle pagine della Cultura di Repubblica è uscito un articolo di Simonetta Fiori intitolato "I professori che dissero no a Mussolini". A proposito di quell'articolo sono giunte tre lettere, che qui pubblichiamo: una degli eredi di Giuseppe Antonio Borgese, un'altra del nipote di Errico Presutti e un'altra ancora di Jader Jacobelli

Caro Direttore, nel prendere visione del libro di Helmut Goetz, Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista, recensito su la Repubblica da Simonetta Fiori, abbiamo constatato con stupore che Giuseppe Antonio Borgese non figura tra i professori che rifiutarono di firmare il giuramento di fedeltà al regime fascista. È accertato che Borgese, in missione negli Stati Uniti, al momento dell'imposizione del giuramento nel 1931, non riprese servizio all'Università di Milano dove era ordinario di Estetica. La sua decisione di non rientrare in Italia fu motivata proprio dal rifiuto di prestare giuramento, come risulta da due lettere scritte dagli Stati Uniti a Mussolini nel 1933, nelle quali motivava il suo no al fascismo (pubblicate due anni dopo a Parigi sui Quaderni di Giustizia e Libertà). Borgese comunicò inoltre la sua decisione in una lettera al Rettore dell'Università di Milano in data 18 ottobre 1934: "Prego la S.V. di voler prendere nota che io non ho prestato, né mi propongo di prestare, il giuramento fascista prescritto ai professori universitari".
Sappiamo che Goetz si è occupato della posizione di Borgese rispetto al fascismo e al giuramento dei professori in un articolo del 1980, apparso sulla rivista dell'Istituto Storico Germanico di Roma. Anche per questo ci sorprende che nel libro di Goetz, pubblicato in Germania nel 1993, Borgese sia completamente ignorato. Ci sembra che l'omissione di una verità accertata e riconosciuta dai maggiori storici del fascismo sia grave e che nessun atteggiamento critico nei confronti di Borgese possa giustificarla.
Elisabeth Mann Borgese, Nica Borgese, Giovanna Borgese

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Caro direttore, sono rimasto molto sorpreso nel constatare che nel volume di Helmut Goetz, accuratamente recensito da Simonetta Fiori, non si fa alcun cenno a proposito di mio nonno Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e di Diritto costituzionale a Napoli fino all'avvento del fascismo, dichiarato decaduto dalla Cattedra universitaria per essersi rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al regime. Errico Presutti fu Sindaco di Napoli nel 1917 e deputato per due legislature nel 1921 e nel 1926; fece parte dell' Aventino e fu quindi dichiarato decaduto dal mandato parlamentare; fu fin dall'inizio profondamente antifascista e lottò contro il regime insieme a Giovanni Amendola e a Roberto Bracco; il regime gli impedì, di fatto, di esercitare persino la professione legale nella quale era maestro. Pur essendo stato colpito da una paralisi totale che forzatamente lo estraniò dalla lotta politica e da qualsiasi attività, nel 1944 il Comando militare alleato, su proposta della Università di Napoli, gli conferì il titolo di Professore Emerito e successivamente il Ministro dell'educazione nazionale, De Ruggiero, lo reintegrò nella Cattedra universitaria a vita. Infine, a riconoscimento dei sacrifici sopportati nella sua opposizione al fascismo, venne eletto all'Assemblea costituente, alle cui sedute non poté mai partecipare per le sue condizioni di salute. Morì nel 1949 e le tappe della sua vita, che per obbligo di verità storica ho fin qui ricordato, vennero ripercorse alla Camera dei deputati nella commemorazione tenuta dall'on. La Rocca nella seduta del 26 luglio 1949.
Cordiali saluti.
Stefano Maria Cicconetti

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Caro direttore, nel bell'articolo che Simonetta Fiori ha dedicato ai saggi di Giorgio Boatti e di Helmut Goetz sul giuramento fascista dei professori universitari nel 1931, si dice che esso fu imposto "dalla regia di Giovanni Gentile". Ma per la verità storica sarebbe bene ricordare che quel giuramento, nella bozza scritta dal grande filosofo, non prevedeva la fedeltà al regime, ma soltanto alla Monarchia, allo Statuto, e l'impegno di formare cittadini operosi, prodi e devoti alla Patria". Fu il ministro della Pubblica istruzione, Balbino Giuliano a fare quell'aggiunta.
Andrebbe anche ricordato che l'unico che rivolse ai tredici professori che non giurarono un pubblico riconoscimento fu Gentile. Nel verbale della seduta del Consiglio di Facoltà di Roma dell'11 gennaio 1932 si legge: "Il prof. Gentile prende la parola per dichiarare che certamente nell'animo della Facoltà, al rammarico per l'allontanamento di così insigni colleghi s'aggiunge un sentimento di stima pel nobile atto da essi compiuto per restare fedeli alla propria coscienza e compiere un dovere di lealtà verso il Regime... La Facoltà non può non rendere merito a questi colleghi, costretti ad allontanarsi da noi per una giusta legge, di aver dato ai giovani un encomiabile esempio di schietto e dignitoso carattere".
"Lacrime di coccodrillo" disse il professor Giorgio Levi della Vida, che non aveva giurato e se n'era andato, ma nelle sue memorie intitolate Fantasmi ritrovati scrisse: "Ripensandoci su, mi accorgo di essere stato cattivo; erano, sì, lacrime di coccodrillo, ma di un buon coccodrillo al quale veramente dispiaceva che l'inesorabile processo dialettico della storia lo avesse costretto a mangiare le sue vittime, e ora piangeva su di loro in assoluta sincerità di cuore".
Basta ciò a cancellare le responsabilità dell'adesione di Gentile a un regime dittatoriale? No, davvero. Ma ci dice come il fascismo di Gentile fosse "diverso".
Jader Jacobelli

Innegabile la "diversità" del fascismo di Gentile. Ma a proposito della regia sul giuramento di fedeltà al fascismo, la ricerca di Goetz rivela un suo appunto inedito indirizzato il 5 gennaio del 1929 a Mussolini. Scrive Gentile: "Esso (ndr, l' articolo 22 della legge sull'insegnamento universitario, ossia l'articolo del giuramento) con una breve aggiunta alla formula vigente potrà, come ho avuto l'onore di esporre a voce, risolvere la questione delicata e ormai urgente della fascistizzazione delle Università Italiane". L'integrazione alla formula di giuramento sarà poi realizzata da Balbino Giuliano. (S.Fio).

(La Repubblica, 23.4.2000)


I nomi dei docenti che rifiutarono di prestare giuramento furono: